Human after all, l'album, è la risposta che do a chi pensa che i daft punk facciano solo musica per ballare (e non che non l'abbiano fatta, visto che hanno inventato l'house).
Nell'album che quasi nessuno ha capito (dimostrazione che è facile seguire le mode, ma difficile ragionare su qualcosa), propongono un ritratto della situazione moderna, dipingendo quadri con il sintetizzatore.
Charlie chaplin della nuova era digitale, alienati dai ritmi sincopati non di fabbriconi ma di uffici a schiera,cheimpongono ritmi e regole scandite in modo asettico (buy iy use it brake it fix ..melt-upgrade it."),in serie.
Uomini che si interfacciano con macchine fine a diventarlo loro stessi.
Il binomio human/robot ricorre per tutto l'album (oltre ad aprire i loro concerti), in titoli che poco lasciano all'immaginazione,come "steam machine", technologic, on/off, television rules the nation. Guardacaso, le uniche due canzoni serene di tutto l'album sono "make love" ed "emotion", due cose che, per fortuna, sono ancora riservate a noi umani, e che finiscono per sembrarci naturalmente ancestrali. Qualcosa che ci portiamo sempre con noi, ma che ci dimentichiamo di possedere fino a che qualcuno non ce lo ricorda.
Stonano nell'album, ma suonano bene dentro di noi.
Ritraendo una simile vita quotidiana, i Daft Punk non producono qualcosa di "canonicamente" ballabile ma anzi, si spingono oltre, fino ad addentrarsi nei mali stessi generatida una condotta di vita del genere, quali ansia, angoscia, perfino orrore. Come quello che compare, in modo molto più sottile di quello che si potrebbe pensare, in questo video, che consiglio di seguire con attenzione fino in fondo, senza skipparlo, ma lasciandosi soffocare dal suo aspetto più truce: il riconoscere l'angoscia e il collasso come quotidiani.
martedì 9 dicembre 2008
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